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  • La crisi dell’avvocatura

    La crisi economica ha colpito in maniera indistinta i paesi a capitalismo avanzato ed ha allargato le contraddizioni endemiche su cui si informano i sistemi produttivi.

    Il peggioramento delle condizioni e le angosce delle forze economiche non hanno risparmiato il ‘capitalismo intellettuale’ ossia la categoria delle professioni conoscitive che, terzo pilastro della struttura economica del Paese, ha concorso al disfacimento della ricchezza reale ed ovviamente ne ha pagato anche le dure conseguenze.

    Per fare fronte a tale mutamento l’idea di una nuova etica delle professioni liberali viene indicata da illustri economisti e sociologi come lo start up obbligato per uscire dalle paure del momento e per dare un nuovo impulso ai paesi  ad economia avanzata.

    Se si concorda con tale analisi, appare serio, in un quadro caratterizzato da dinamiche di cambiamento etico e sociale, individuare, da parte dell’ avvocatura, maggioranza senza cittadinanza di parola, percorsi di partecipazione significativamente nuovi per il mercato delle libere professioni.

    E dunque cosa fare?

    Se per il Presidente Emerito della Corte di Cassazione  V. Carbone “in un libero mercato di servizi, la moltiplicazione del numero degli operatori è sempre un dato positivo. Ma nel caso della Giustizia gli Avvocati da un lato offrono un servizio alle parti, dall’altro lo richiedono al sistema pubblico. Occorre, allora, valutare, anche avvalendosi dell’esperienza degli altri Paesi, fino a quando tale abbondanza di operatori sia davvero funzionale a dar voce alle giuste pretese dei cittadini, e quando invece l’assenza di un numero chiuso (come accade per notai e giudici) non comporti, invece, un surplus di domanda di Giustizia, rispondente non più solo, e non più tanto, alle suddette pretese. Tale surplus ricade a carico del sistema, e potrebbe costituire una delle cause per le quali le risorse destinate dall’Italia risultano insufficienti rispetto ad altri Paesi con analoga "offerta" di Giustizia ma con ben minore, e più "filtrata”, "domanda”.

    Michelina Grillo sostiene che “non è, gli spazi sono sempre più angusti, i guadagni ridotti salvi i livelli d’eccellenza, i costi per la gestione degli studi in vertiginoso e costante aumento, la concorrenza spietata. E’ un danno per la collettività, che deve poter contare su professionisti realmente preparati e motivati, che possano adeguatamente rappresentare i diritti e accompagnare con la loro consulenza lo sviluppo delle aziende in una società globale, caratterizzata da una produzione normativa dilagante”.

    Ma lo stato dell’arte è veramente opaco.

    Come tutte le legislature, anche quella in corso si è aperta con il deposito di alcune proposte di legge avente ad oggetto la riforma delle professioni forensi.

    E come tutte le proposte, il cuore pulsante dei disegni di legge è l’accesso alla professione e l’assoluta autoreferenzialità del sistema ordinistico.

    Tale impianto confligge con un dato indubitabile cioè la scolarizzazione del paese e il permearsi della professione di ingressi dal basso, per cui siffatta contingenza imporrebbe di superare gli egoismi di pura conservazione che sono tipici dei saperi generalisti e di spostare il baricentro della discussione sulla governance dell’accesso.

    Non è mistero per nessuno che gli studenti italiani per conseguire il diploma di laurea impiegano il doppio del tempo dei giovani europei sicchè i candidati al lavoro forense sono, già “fuori mercato” al momento dell’accesso per cui  essi sono costretti a rincorrere il “contenzioso umile” ovvero correre dietro un dominus che come Crono, per non essere detronizzato, divora i propri figli praticanti.

    In tutto questo gli Avvocati sono poco e male tutelati.

    In alcuni casi gli avvocati sono esclusi dalla governance legislativa; in altri casi il partito forense,  incollatosi alla sedia del potere ed incapace di dettare i tempi della governance, diventa il parruccone ideale per il mantenimento dei privilegi.

    La crisi lavorativa può rappresentare il superamento di un dibattito stantio appoggiato sul binario sistema ordinistico ed accesso ed aprire una grande riflessione sul ruolo etico e propositivo della figura dell’avvocato in una società europea ove accanto all’ emersione di diritti emergenti vi è la produzione di servizi imprescindibili.

    Occorre, dunque,  da una parte superare le diffidenze  con cui gli ordini e gli avvocati hanno accolto la richiesta di riformare la professione e di aprirla al mercato, dall’altro di valorizzare il Know How  della professione mediante un’alta specializzazione aderente alle nuove esigenze del ‘mercato’ dei diritti.

    Ma il  numero di avvocati e praticanti avvocati appare spaventosamente sproporzionato alla richiesta ed il legislatore, intenzionato ad alfabetizzare il paese, con scelte azzardate sta consegnando la formazione ai più.

    Cosa sono le Università Telematiche, perché nei circondari dei tribunali vi sono sedi universitarie e laddove non vi sono perché gli ordini reclamano la loro istituzione?

    I Laurifici non sono un bene né per i giovani né per i cittadini. La politica del pezzo di carta a tutti ed a tutti i costi è una iattura per il paese perché illude i giovani e le famiglie e deforma le menti  e le capacità individuali.

    Nella sala dei busti di Castel Capuano l’avvocatura  napoletana ha voluto celebrare il ricordo del Presidente De Nicola  e Guido Alpa ha ricordato che “nei difficili momenti che sta attraversando il Paese, astretto tra la crisi economica, il difficile dialogo politico e l’avvio di importanti riforme - come quella della giustizia civile e quella della professione forense- è di grande conforto il riferimento ai modelli imperituri di correttezza, competenza e saggezza qual è quello di Enrico de Nicola, che nella difesa dei diritti, non arte retorica ma impegno civile, hanno trovato la forza per affrontare le stagioni difficili della vita del Paese”.

    Ma nessun rappresentante dell’avvocatura ha voluto ricordare quanto il Prof. De Nicola affermasse a proposito dell’ accesso alla professione “Sono vissuto per quasi mezzo secolo nella scuola; ed ho imparato che quei pezzi di carta che si chiamano diplomi di laurea, certificati di licenza valgono meno della carta su cui sono scritti. Per alcuni - vogliamo giungere al 10 per cento dei portatori di diplomi? – il giovane vale assai di più di quel che sta scritto sui pezzo di carta od, almeno, del pregio che l'opinione pubblica vi attribuisce; ma « legalmente » l'un pezzo di carta è simile ad ogni altro e la loro contemplazione non giova a chi deve fare una scelta tra coloro che offrono se stessi agli impieghi ed alle professioni".

    Tale pensiero è attualissimo e traccia le linee guida di una seria riforma di questa professione che deve camminare su un doppio binario ovvero accesso governato e successivo concorso unico nazionale per l’immissione programmata nel mercato delle libere professioni; ma anche ampliamento della riserva di competenze esclusive, ed espulsione per coloro che riducono la missione dell’avvocato ad un affarismo speculare.

    http://www.iussit.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=1425&Itemid=31

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